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Attualità |  11 October 2013
Gloria
Ascolta Marco Vignoletti e il critico Simone Agnetti nella rubrica Cinema mon amour, dal lunedì al venerdì alle 12.15
di Simone Agnetti con Marco Vignoletti

Ci sono donne di 50 anni e passa, separate e con figli magari adulti, che a un'età in cui oggi il corpo e la mente sono ancora giovani, sono condannate a una vita di esodate dall'amore. In alcuni casi possono concedersi storie a termine con un uomo più giovane o accontentarsi di coetanei o uomini più anziani con tutti gli acciacchi (fisici e sentimentali) del caso. Entrambi i sessi arrivano a una relazione in tarda età col pesante carico delle relazioni precedenti che – ad esempio quando si è genitori – spesso non terminano mai veramente. E' difficile per una donna, che si divide tra il lavoro e le necessità della cura dei figli, instaurare relazioni libere e paritarie.

Gloria è la tipica rappresentante della categoria: separata da 12 anni, vicina ai sessanta ma curata e a modo suo piacente, coi figli ormai grandi e autonomi, cerca in sale da ballo e locali per single l'incontro che non duri solo una notte, ma che la possa di nuovo definire come membro di una coppia. Qua sta la prima falla in un film che si vuole “femminista”: scegliere una donna in apparenza indipendente ed emancipata che sembra sentirsi completa solo con l'arrivo di un uomo da presentare in famiglia per pareggiare i conti con l'ex, che ha una compagna molto più giovane per cui l'ha lasciata. In apparenza Gloria sembra l'espressione dell'allegria (non fa che ridere e cantare) e della sicurezza di sé. Presa da improvvisa passione (anche fisica) per un uomo più anziano di lei, vorrebbe una relazione totale ed esclusiva, senza rendersi conto che lui è separato da appena un anno e deve ancora liberarsi di legami pesanti che al momento lo sovrastano (oltre al fatto che è un ex obeso cambiato nel fisico ma non ancora nella mente). Ecco perché Gloria ci appare irrazionale quando se la prende con lui la prima volta, dopo averlo trascinato in una imbarazzante cena famigliare, anche se poi, al secondo abbandono, è lui a passare dalla parte del torto.

Sebastian Lelio dice di voler raccontare la generazione della madre e delle sue coetanee, in una Santiago in via di modernizzazione ma ancora piena di residui del passato. Forse è per questo che non si fa scrupolo di mettere a nudo la sua protagonista, che diventa la metafora di un paese, e di esporla anche a situazioni tristi e grottesche. Però il continuo cambio di registri ci impedisce una partecipazione emotiva alla vicenda di una donna che non si arrende ma che vediamo condannata a un triste destino, per mancanza di materiale umano di valore, certo, ma anche per i propri limiti. E' come se il regista, mentre cerca di fare della sua protagonista un esempio per le donne della sua generazione, non credesse fino in fondo a quello che predica. Senza tanti proclami e senza rendersi ridicole, però, ci sono davvero donne che vivono, amano e ripartono da capo anche a 60 e 70 anni. Forse a questo film manca proprio uno sguardo femminile in grado di rappresentarle come sono, senza fare appello a una velata compassione.

Paulina Garcìa è brava in un ruolo difficile, ma i simboli e le metafore del film ci appaiono facili e ammiccanti, così come la scelta delle musiche che lo accompagnano. Lelio dirige senza guizzi particolari una storia che forse in originale avrebbe avuto un altro ritmo e un'altra musicalità, ma che per noi resta irrisolta come la vita della sua protagonista.